L’ultimo volo di Enrico Mattei: il mistero che cambiò la storia d’Italia

Era una sera di fine ottobre quando un bozzolo di nebbia avvolgeva la campagna lombarda attorno a Bascapè. A bordo del suo Morane-Saulnier 760, diretto a Milano dopo una giornata trascorsa in Sicilia, c’era l’uomo che più di chiunque altro aveva ridisegnato il destino economico e geopolitico del Paese: Enrico Mattei. Quel 27 ottobre del 1962, un’esplosione squarciò il silenzio della notte, spegnendo la vita del fondatore dell’Eni e inaugurando una delle stagioni più cupe e fitte di mistero della storia repubblicana.
Partigiano coraggioso, politico democristiano pragmatico e manager visionario, Mattei era riuscito a compiere un’impresa considerata impossibile. Aveva preso un’Italia distrutta dalla guerra e l’aveva guidata verso il boom economico, spezzando il monopolio delle “Sette Sorelle”, le grandi multinazionali petrolifere angloamericane che detenevano il controllo incontrastato delle risorse energetiche mondiali. Con la formula dell’Eni, Mattei aveva introdotto una rivoluzione copernicana nei rapporti con i Paesi produttori del Medio Oriente e del Nord Africa, offrendo loro non più una semplice percentuale di sfruttamento, ma una vera e propria partnership paritaria basata sulla divisione al cinquanta per cento dei profitti.
Questa visione audace e indipendente aveva fatto di lui un gigante scomodo sullo scacchiere internazionale. Mattei sognava un’Italia protagonista nel Mediterraneo, un ponte energetico e politico tra l’Europa e il mondo in via di sviluppo, capace di dialogare con tutti senza subire diktat stranieri. Quella autonomia energetica, tuttavia, dava fastidio a molti, sia dentro che fuori dai confini nazionali. Le pressioni della diplomazia internazionale, le incomprensioni con i tradizionali alleati occidentali e gli interessi calpestati delle grandi compagnie avevano reso la sua posizione estremamente pericolosa.
Per anni la sua morte è stata liquidata frettolosamente come un tragico incidente aereo causato dal maltempo. Ma la verità, affiorata lentamente grazie a tenaci inchieste giornalistiche e giudiziarie, ha svelato uno scenario ben diverso: un attentato dinamitardo premeditato e meticolosamente eseguito. La perizia disposta decenni dopo sui resti dell’aereo e sui suoi effetti personali ha confermato la presenza di una carica esplosiva nascosta nel cruscotto, azionata nel momento cruciale dell’atterraggio per non lasciare scampo a nessuno.
A più di sessant’anni da quella notte a Bascapè, la figura di Enrico Mattei continua a vivere non solo nei libri di storia, ma come simbolo di un’Italia che sapeva guardare lontano, capace di rischiare, di innovare e di lottare per la propria sovranità energetica. Il suo “cane a sei zampe” ruggisce ancora oggi nelle strade e nelle piazze, ricordandoci un leader irripetibile che pagò con la vita il prezzo della sua sconfinata ambizione per il bene del Paese.

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